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Monsieur Bonheur. L’arte di far sparire il lavoro

Aggiornato il: mar 21

di ALESSIA CAPASSO

 

 

Su tutti i manuali dedicati al "Come essere felici" dovrebbe apparire questa immagine in copertina. In molti ci sbrigheremmo a chiudere il libro (o eviteremmo di comprarlo), smettendo di inseguire ricette vane e palesemente ingannevoli, per dedicarci piuttosto a chiamare un amico che non sentiamo da tempo o a sorseggiare in terrazza un chinotto Neri ghiacciato.

 

 

La foto in questione, apparsa sul mio feed instagram, è stata pubblicata tempo fa dal quotidiano francese Le Monde. L'uomo in cima agli armadietti, l'unico dal volto riconoscibile, è Florent Voisin. Dirigente della start-up OVH a Roubais: Voisin fa della felicità dei dipendenti lo scopo del proprio lavoro. Quando la giornalista Marlène Duretz prova a ribattezzarlo Monsieur Bonheur (Signor Buonumore), Voisin si trincera dietro un più asettico "responsabile della qualità della vita e della salute sul posto di lavoro".

Nel corso dell'intervista Monsieur Bonheur snocciola uno dei capisaldi della Silicon Valley, là dove è nato il ruolo di chief happiness officer (capo-ufficio della felicità): "Il benessere dei dipendenti è il motore di un'azienda". Le multinazionali, specie quelle dell'industria dell'information technology come Google o Facebook, da anni fanno del benessere aziendale uno dei leitmotiv del loro successo. Aziende attraenti per i clienti, così come per le teste di cui necessitano per proseguire nell'ingranaggio della produttività. Come evidenziato in un articolo del blog Kissmetrics, osservando una foto dell'interno del Googleplex (il quartier generale dell'azienda di Mountain View) sembra di essere "più in un parco giochi per adulti che in un ambiente di lavoro". Voisin non è altro che la versione d'oltralpe di una cultura che sostiene di legare il successo di un'azienda alla felicità del personale (o piacere, come ci tiene a precisare Voisin stesso). Un intento sempre più di frequente incorporato nelle famose mission e vision che campeggiano sui siti web di ogni impresa.

Fin qui siamo immersi nello storytelling aziendale. Cosa ci sia di vero nelle buone intenzioni di questi nuovi imperi post-industriali, ce lo possono svelare solo i lavoratori, soprattutto quando le crisi arrivano e le buone intenzioni spariscono.

 

 

BAUDOIN: IL FOTOGRAFO CHE SDRAMMATIZZA IL LAVORO

La foto pubblicata da Le Monde credo ci dica qualcosa in più rispetto a queste retoriche aziendali. L'autore è il fotografo francese Baudouin. Originario di Reims, città nota per una splendida cattedrale gotica e la produzione di champagne, Baudoin è specializzato in ritratti, soprattutto in ambito corporate, e ha fatto dello sdrammatizzare il lavoro il suo marchio iconico. Che sia la cantina di un produttore vinicolo o l'impianto di una società di produzione elettrica, nei suoi scatti Baudoin trasforma il posto di lavoro, che appare sempre luminosissimo e gradevole per merito delle luci artificiali dei flash, in una scena destinata allo scherzo, ai paradossi, all'autoironia.

 

 

Grazie ai suoi ritratti – seppur distanti dal paradiso artificiale di Google – operai, ingegneri, imprenditori, banchieri, pasticceri, esperti in robotica, possono finalmente fare del lavoro un gioco. Il lavoro, si potrebbe commentare su una rivista patinata, ritrova così una dimensione positiva e umana. Nonché monca, dato che viene taciuta la fatica, la noia, il conflitto. Una visione del lavoro che non tiene conto delle crisi, dei ricatti aziendali e delle corrispettive lotte degli operai, come quella portata avanti contro la chiusura della fabbrica automobilistica di Aulnay, documentata in Comme des Lions dalla regista Françoise Davisse; tanto meno delle rivolte di studenti e lavoratori fotografate da diversi anni in vari Paesi d'Europa dal collettivo belga Krasnyi. Baudoin, con le sue potentissime luci, finisce con l'oscurare gli impeti ardenti che stanno mettendo a ferro e fuoco la Francia, che mescola interessi e aspirazioni differenti, spesso contrastanti, sotto l'uniforme dei gilet gialli.

 

 

LA FOTOGRAFIA CORPORATE

Questo approccio positivo, sia chiaro, lo si può estendere in generale a tutta la fotografia corporate, dove il fotografo non è chiamato a denunciare con i suoi scatti le condizioni di pericolo per i lavoratori, né di inganno per i consumatori, tantomeno i rischi ambientali per chi vive in aree limitrofe alle aziende. Ma neppure è chiamato a produrre un'immagine pubblicitaria tout-court. Si tratta di costruire visivamente la reputazione di un'azienda e di chi la dirige. Scene e ritratti di corporate, ricalcando spesso i canoni della fotografia documentaria, tentano di restituire un'idea di realtà, con l'intento di trasmettere rigore, professionalità, serietà, totale dedizione. Nella crisi di committenze editoriali, in questi anni anche molti fotogiornalisti e fotodocumentaristi si dedicano alla fotografia corporate. Proprio a settembre l'agenzia NOOR ha organizzato un dibattito ad Amsterdam, dove ci si è interrogati sull'opportunità o meno per i fotogiornalisti di legarsi professionalmente a marchi e a grandi aziende, essendoci il rischio di mettere a repentaglio la propria professionalità, neutralità e capacità di raccontare determinate storie.

D'altra parte, la fotografia corporate e pubblicitaria si sono spesso trasformate in una dimensione ostica per gli interpreti provenienti dal fotogiornalismo. Come nel caso di Steve Mc Curry che, in un calendario commissionato da Lavazza, ha finito per trasformare in super-eroi ultra-saturi i "guardiani delle tradizioni alimentari nel continente africano". Una semplificazione etnica e visiva poco apprezzata dagli appassionati di fotografia, che ha messo in evidenza anche le aspettative (sensate o meno) di un pubblico sempre più esigente nei confronti dei propri miti fotografici.

In alcuni (rari) casi, gli esiti di questi 'prestiti professionali' sono comunque riusciti. Come avvenuto per Cartier-Bresson, ingaggiato nel 1967 da IBM Francia. Una commissione che diede in seguito vita al libro L'uomo e la macchina, contenente sia gli scatti di Bresson relativi solo agli stabilimenti IBM, sia una parte della sua documentazione relativa al mondo dell'industria e del commercio. Restituendo anche la fatica, la professionalità e la dignità di operai e impiegati, come pure la noia e l'alienazione. Con sguardo disincantato e ironico, il fondatore dell'agenzia Magnum riuscì nell'impresa di non tradirsi e di preservare allo stesso tempo libertà creativa e rigore fotogiornalistico. Davvero un'altra epoca.

 

 

EMOJI E GERARCHIE: UN'IMMAGINE PUÒ SVELARE L'INGANNO?

In quella contemporanea invece Baudoin, che ricordiamolo è un ritrattista, ha abbandonato il solco classico e impettito del genere, per trascinare in modo creativo i protagonisti dei suoi scatti in un mondo colorato ed entusiasmante. Oseremmo dire: ssssspumeggiante. Il posto di lavoro diventa a prescindere un luogo felice, che ci lascia supporre rapporti paritari, salari soddisfacenti e contratti ricchi di tutele. Il vero Monsieur Bonheur, in fondo, è proprio lui: Baudouin.

Eppure, nell'immagine pubblicata su Le Monde Magazine, il fotografo francese sembra voler varcare la soglia dell'intento giocoso, forzando a tal punto il consueto buonumore da svelare a suo modo l'inganno. Voisin (il dirigente responsabile felicità) è posto in alto, dominando paternalisticamente la scena, mentre i dipendenti sono sotto di lui. La gerarchia, in definitiva, persiste anche nei giorni felici. L'utilizzo dei cartoncini colorati, a coprire il volto degli impiegati con quelle espressioni fasulle da emoticon, palesano definitivamente la costrizione. Ai volti originali dei lavoratori, e quindi ai loro dubbi e insoddisfazioni, come pure alle loro autentiche gioie, si preferisce la maschera. Che sembra voler negare un'ovvietà: anche in un ambiente reputato in linea di massima piacevole e sicuro, un lavoratore può vivere momenti di noia, disagio, rabbia, malcontento, disapprovazione. O essere felice indipendentemente dal raggiungimento di obiettivi aziendali. La missione di Voisin, e dei suoi colleghi responsabili felicità, rivela in questa immagine la sua vera natura: quella di un ulteriore dovere cui il lavoratore è tenuto. Oltre al rispetto dell'orario, alle scadenze, agli obiettivi di produttività, al dress-code, persino il piacere di lavorare diventa obbligatorio. In nome di una statica e sintetica felicità, indotta e prodotta nel quadro aziendale, come fosse anch'essa un bene o un servizio qualunque, il lavoratore (ed il suo vero volto) è destinato a sparire.

 

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*ALESSIA CAPASSO

Ha contribuito a fondare zetaesse. Era destinata alle arringhe in tribunale, ma si è inventata fotografa. Concepita a Lampedusa, partenopea di nascita, la scambiano per fiamminga per le strade di Bruxelles, dove attualmente vive e lavora.

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