• Reader for Blind

Parlare non è un rimedio

 

 

Cammina su un pavimento che sembra liquido.

Lei lo scruta con gli occhi piccoli e sospettosi.

Nella stanza si sente il rumore impercettibile del frigorifero.

«Non ti amo più», le fa.

«Non ti credo», risponde lui.

Una goccia di sudore gli percorre tutta la schiena fino a sparire nella linea che divide le natiche. È fredda, gelida come i mari del nord.

«Hai un altro?», dice lui.

«No», risponde lei.

Una farfalla con le ali gialle fa il suo ingresso nella stanza, sbatte le ali con forza, si alza e si abbassa a intervalli regolari, vira e va a infrangersi contro la parete.

«Voglio lasciarti», dice ancora lei.

Si morde l’indice tenendolo stretto tra le labbra serrate come un lucchetto.

«Come si chiama?», domanda lui.

«Non ha importanza», risponde lei.

La farfalla si posa, è ferma sul muro. Agita le ali piano, sembra quasi che respiri. Ha le antenne dritte come quelle della televisione.

«L’ho conosciuto al parco mentre…», comincia a dire, ma poi si ferma.

Lui si alza in piedi, sbatte i palmi delle mani sul tavolo di legno della cucina che si alza e poi si abbassa, emettendo un tonfo. Un bicchiere di vino si rovescia sul tavolo, la macchia si espande e cammina sulla superficie fino a trovare il bordo.

I suoi occhi si sono fatti piccoli e cattivi, le vene del collo tirate come corde di violino.

«Come si chiama?», fa per domandare lui, poi guarda la farfalla che nel frattempo ha spiccato di nuovo il volo e gira intorno alla sua testa. Si ferma. Va a posarsi sullo sportello della cucina. Lei la guarda e sorride.

«Vado via stasera stessa», dice e poi fa per alzarsi.

«No», dice lui puntando il dito verso la porta ma senza guardarla negli occhi. «Non ti muovi da qui se prima non parliamo».

«Parlare non è un rimedio. Non lo è mai».

La televisione accesa trasmette un film in bianco e nero. Lei ha la sensazione di averlo già visto ma non ricorda il titolo. Sullo sfondo c’è una montagna. I due protagonisti, in primo piano si abbracciano. Poi lui bacia lei e parte una musica romantica.

«Perché non mi guardi?», dice lui.

Lei si gira, si asciuga una lacrima dall’occhio destro con la manica del maglione. Le mani le tremano come quelle di suo padre quando tornava dopo una lunga giornata di lavoro.

La farfalla ricomincia a volare sulla testa di lui che cerca di scacciarla via con le mani. Lei continua a guardarla come catturata. Dà una lieve spinta al marito per evitare che la uccida. Lui prende un giornale e lo agita nell’aria. La farfalla è troppo alta per lui che rinuncia subito alla sua missione.

Lei si volta e va verso la porta del bagno, si lega i lunghi capelli biondo cenere e apre l’armadietto. Comincia a mettere tutto dentro a una busta di plastica.

«Cosa stai facendo?», dice lui.

«Raccolgo le mie cose», dice lei.

«Ho detto che tu non vai da nessuna parte».

La farfalla sbatte sulla lampadina alogena facendo un rumore impercettibile. Lei spegne la luce e va verso la porta della camera, ma lui ci mette una mano sopra e la blocca.

«Lasciami passare», dice lei.

«No», fa lui con la mano sulla porta mentre l’altra cerca di cingere la vita di lei.

Lei si divincola senza fare versi. Torna in cucina. La farfalla si è appoggiata di nuovo sulla credenza.

«Cosa credevi di fare?», dice lei.

«Nulla», risponde lui. «Solo parlare».

«Ti ho detto che non abbiamo nulla da dirci», insiste lei.

«Dammi un’altra possibilità», fa lui.

Lei è tornata a guardare la farfalla, poi si gira verso l’uomo, gli si avvicina e lo bacia profondamente con la lingua, lo prende per mano e lo porta verso la camera da letto.

 

La mattina lei si sveglia, si toglie le coperte da dosso prima con le mani e poi con i piedi, scoprendo anche lui, guarda la sua schiena nuda, illuminata solo da una luce che proviene dalla finestra. È giorno, forse le sei o le sette del mattino. Questo di preciso lei non lo sa.

Si alza e si veste senza fare rumore. Poi va in cucina, si versa una tazza di caffè freddo dalla moka e osserva la credenza. La farfalla è ancora lì, con le ali dischiuse sembra un fiore colorato. Lei la guarda, sorride, poi prende il giornale arrotolato e la schiaccia sullo sportello.

Una macchia grigia rimane sulla credenza.

Dopo un’ora, anche lui si sveglia. Mette i piedi fuori dal letto, si alza e va in cucina. Ha un sospetto. Chiama sua moglie, ma nessuno risponde. Sul tavolo, un biglietto. La calligrafia è di lei: “Non mi cercare, me ne sono andata e non tornerò mai più”.

 

 

 

 

 

 

 

 

Racconto tratto dalla raccolta di racconti Parlare non è un rimedio, Valerio Valentini, D Editore, maggio 2018.

http://deditore.com/prodotto/parlare-non-e-un-rimedio/

Valerio Valentini Nato in periferia, cresciuto in provincia, Valerio Valentini (Roma, 1982) è uno dei più fedeli seguaci della laica religione del racconto. Da ormai quasi quindici anni, i suoi racconti sono sparsi in decine di raccolte e riviste. Nel 2015 fonda il magazine Reader for Blind. Parlare non è un rimedio è il suo terzo libro di racconti.

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