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Amica mia

 

 

 

Di lei si sapeva che abitava nella prima casa fuori dal paese e che puzzava tanto da non poterle stare vicino. Un lezzo che ricordava l’acqua stantia dei vasi dimenticati in cimitero.

L’odore della signora Pina precedeva il suo camminare lento; chi si trovava lungo la strada allungava il passo, la gente nei negozi affrettava le proprie commissioni. Solo i cani non la scansavano e, anzi, trovavano gusto a leccarle le gambe.

Dove fosse nata, quanti anni avesse, se fosse stata sposata: nessuno sapeva dirlo. Il mistero alimentava in egual misura barzellette impietose e racconti della sua bellezza in gioventù.

A venti giorni dal Natale di Nostro Signore, un gruppo di donne si riunì dal parroco: l’amor cristiano imponeva di intervenire e il prete, che celebrava la Messa delle sei di mattina con Pina in primo banco, lodò le loro intenzioni.

Convennero che prima di gettarla nel mastello serviva parlarle almeno una volta, se non entrare in confidenza.

La signora Pina annusò però il pericolo e vedendole arrivare col fazzoletto di raso alla bocca, le accolse sul cancello con il forcone.

«La prego, stia tranquilla. Veniamo in amicizia», esordì la più alta delle tre.

«Siamo tutti preoccupati in paese», continuò quella col tailleur carta di zucchero «che lei sia sempre sola, in questa casa grande, al freddo…»

Gli occhi della signora Pina erano molto più giovani delle sue gambe e le mani come rami di nocciolo si stringevano a pugno ancora con vigore.

«Non sono sola. Un’amica ce l’ho e mi basta.»

«Questa amica come si chiama? Possiamo conoscerla?», spuntò fuori la terza, che non aveva avuto, fino ad allora, lo spazio per intervenire.

«Neanche morta!» gridò la vecchia facendo ondeggiare le punte arrugginite vicino al loro naso.

Seguirono altri tentativi di convincimento. Le tre pie donne portarono pietanze pronte e cambi di biancheria che non servirono a far abbassare la forca.

«L’amica mia mi capisce meglio del Padreterno. Mi dà lei tutto quello che mi serve. Lasciateci in pace, andate via!» ripeteva l’anziana, ogni volta più affaticata dalla battaglia che le era toccato sostenere.

La notizia che la signora Pina avesse un’amica cominciò a primeggiare nelle conversazioni che la riguardavano. Al ribrezzo si accompagnava ora la curiosità, perché ci si domandava chi fosse tanto coraggioso da farle visita e sostenerne il fetore, magari bere il caffè da una delle sue sudicie tazzine.

Molti sostenevano che era compito dell’amica venire in aiuto e che da parte loro di più non si poteva fare: se la vecchia voleva restare in quelle condizioni, pace all’anima sua. Le signore ammisero, sospirando, che non sempre si possono ritrovare le pecorelle smarrite.

·

Il gracchiare dei corvi sovrastava le campane che chiamavano alla Candelora. Da settimane la signora Pina non si vedeva e dalla sua casa giungeva un puzzo malato che rimbalzava in gola, dava conati.

Quando sfondarono la porta le videro stese sul pavimento, vicine. La cucina in ordine, i piatti lavati ad asciugare.

La signora Pina teneva una mano sul muso della vacca; entrambe erano fredde, più fredde delle albe di febbraio.

Né il medico né il veterinario riuscirono a stabilire chi delle due fosse morta per prima.

 

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