Bolivia ed Evo Morales: un binomio che dura da 14 anni

(Diego Battistessa [1])

Una traiettoria presidenziale ultradecennale, 3 fasi politiche diverse in una regione scossa da ombre di passato, proteste dilaganti e grandi incertezze.
(AP Photo/Juan Karita)

Il progetto Paese di Evo Morales ha significato una rottura strutturale con il passato boliviano. Si è basato sul ritorno a un protagonismo dello Stato, in una centralizzazione delle richieste delle popolazioni indigene e nella partecipazione politica dei sindacati dei “campesinos”. Un progetto che si colloca al di fuori della “democracia pactada”, il periodo storico politico boliviano compreso tra il 1985 e il 2003.

Gli inizi e la nuova Costituzione

Il primo periodo presidenziale di Evo #Morales e del suo partito, il MÁS (Movimiento al Socialismo), segna un punto di svolta nella storia del Paese e della regione latinoamericana tutta. Nel processo elettorale del 2005, Evo vinse le elezioni con la maggioranza assoluta dei voti (prima volta dal 1982 che non risulta necessario realizzare una segunda vuelta electoral) e venne eletto direttamente Presidente della Repubblica. I partiti chiamati “tradizionali” si ritrovano improvvisamente relegati a una marginalità politica. Nel convulso periodo storico politico immediatamente precedente all’elezione di Evo Morales, i partiti della “democracia pactada” sparirono dal panorama politico e sorsero nuove forze che rivendicarono protagonismo e potere decisionale. Queste forze si condensarono in partiti che si collocarono all’opposizione rispetto al #MAS: si tratta della agrupación ciudadana Poder Democrático Social - PODEMOS, della Unidad Nacional- UN, e dell’unico sopravvissuto dell’epoca passata, il Movimiento Nacionalista Revolucionario - MNR. La proposta di sinistra del partito di Evo Morales si può sintetizzare in questa analisi offerta da Fernando Mayorga:

La vittoria del MAS implica il ritorno della sinistra al potere dopo la fallita esperienza dell'Unità Democratica e Popolare (1982-1984), sebbene con caratteristiche distintive perché, a differenza della sinistra operaia di un tempo, il MAS è un movimento politico che rappresenta identità e richieste contadine ed etnico-culturali. Al suo interno si trova un conglomerato di organizzazioni sindacali, movimenti sociali e popolazioni indigene, che spingono verso un progetto di nazionalismo statalista. Il partito è articolato attorno alla guida di Evo Morales, “primo presidente indigeno”, leader dei sindacati dei produttori di foglie di coca e figura del movimento anti-globalizzazione o altermondialista.

Queste nuova sinistra rappresentata da Evo Morales ha puntato sulla redazione di una nuova Costituzione che ridefinisce, da una parte, le relazioni di potere e i paradigmi interni alle dinamiche del Paese e, dall’altra, le relazioni dello Stato con le imprese private e multinazionali.

Il movimento campesino/indigeno è stato il protagonista di questa nuova tappa nella quale sono stati nazionalizzati gli idrocarburi e si è ridefinito il concetto di decentralizzazione politica e le autonomie dipartimentali. Nonostante questi progetti facessero parte dell’agenda iniziale del MAS, non sono mancate divisioni politiche e scontri sociali. Quando nel 2007 venne approvata la nuova fonte primaria dello Stato boliviano, il paese si trovava immerso in gravi conflitti sociali. La Costituzione venne contestata in diversi dipartimenti del Paese, le cui amministrazioni affrontarono il governo in un contesto caratterizzato dalla polarizzazione politica. Questo portò a una situazione di alta tensione che obbligò il governo nel 2008 ad aprire un tavolo di dialogo con l’opposizione. Nel 2009 la nuova Costituzione venne ratificata da un referendum popolare con il 61,43% dei consensi, in una delle votazioni con la più alta partecipazione della storia del Paese.

Secondo la Costituzione ratificata nel 2009, il popolo boliviano si definisce Plurinazionale mantenendo però il suo carattere unitario, sociale e di diritto. Definendosi come Stato Plurinazionale, si riconoscono varie comunità politiche in uno stesso territorio e inquadrate in uno stesso contesto legale. Nel caso boliviano questo implica riconoscere nazioni e popoli indigeni originari i cui diritti vengono definiti come collettivi. Pertanto, si riconoscono in modo paritario, pratiche culturali e linguistiche, istituzioni giuridiche, norme e procedimenti politici e sociali, religioni, etc.… Questo significa che attraverso la nuova Costituzione si è provveduto a creare un nuovo soggetto legale portatore di Diritti Collettivi. Dal punto di vista politico, la definizione di Stato Plurinazionale implica che oltre alla democrazia rappresentativa e partecipativa, viene riconosciuta la democrazia comunitaria. Questa combinazione di tre forme di democrazia viene definita “modelo de democracia intercultural”.

Questa Costituzione dal carattere fortemente progressista generò un dibattito a livello internazionale considerando che fu promotrice di nuovi concetti giuridici come il “diritto alla natura” (che ritroviamo anche nella successiva Costituzione della Repubblica dell’Ecuador ratificata a Montecristi nel 2008).

Il nuovo Stato Plurinazionale della #Bolivia, sorto dalla Costituzione del 2007, iniziò a realizzare il progetto politico di Evo che si basava sulla nazionalizzazione delle imprese allineandosi con quanto sostenuto dalle sinistre progressiste del Socialismo del Secolo XXI (Chavez in #Venezuela, Lula in #Brasile, Kirchner in #Argentina) che si opponevano al paradigma economico neoliberale figlio del Washington Consensus. Le azioni che però realmente furono intraprese contro gli interessi delle imprese multinazionali furono più miti di quanto dichiarato dai proclami governati e alla fine si optò per una riformulazione dei contratti con suddette imprese straniere, stabilendo condizioni tributarie più favorevoli per lo Stato boliviano.

Negli stessi anni iniziarono a instaurarsi progetti di cooperazione in materia sociale con Venezuela e #Cuba e si iniziarono a distribuire “buoni economici” a diversi collettivi in situazione di particolare vulnerabilità (ex combattenti della guerra contro il Paraguay, persone maggiori di 60 anni, bambini e bambine delle scuole pubbliche, etc.…)

Inoltre, vennero attivate campagne di accesso alla salute ampliando la copertura dell’assicurazione materna-infantile e si dette inizio ad un prima tappa di alfabetizzazione universale. Un altro elemento importante di questo primo periodo fu sicuramente la modifica della legge 175 che beneficiò campesinos e indigeni con 20 milioni di ettari concessi come proprietà collettiva e non individuale.

Il consolidamento del potere e i primi scontri

Il secondo periodo politico del MAS e quindi di Evo Morales come presidente, si caratterizza per l’impulso economico dato verso un modello di sviluppo con protagonismo statale. Si stabilì il predominio di una logica che si basava sull’esportazione di prodotti primari come base per la trasformazione della matrice produttiva mediante progetti di industrializzazione in settori chiave (gas naturale e petrolio) e in nuove aree (litio e uranio). In questa fase il MAS acquistò un’egemonia territoriale quasi totale diventando l’unica forza politica presente con forza in ogni dipartimento e vincolata con le organizzazioni e gli attori popolari e sociali.

Nonostante ciò il discorso politico di Evo Morales riguardo al nazionalismo e all’indigenismo viene frenato dal sorgere di una nuova opposizione politica da sinistra rappresentata dal Movimiento Sin Miedo – MSM. Un partito costituito da persone che appoggiarono Evo durante il processo costituzionale ma che lo abbandonarono successivamente diventando in poco tempo la seconda forza politica del Paese. Da gennaio 2010 il progetto politico del MAS iniziò a trovare resistenza nelle urne e nelle strade, senza riuscire a trionfare nella maggioranza delle elezioni amministrative delle capitali dei dipartimenti che cambiarono di segno votando per l’opposizione. Questa situazione esacerbò il presidenzialismo di Evo che iniziò a vedere rallentata la sua azione di governo.

Il MAS ebbe ad ogni modo la capacità di farsi protagonista dello spazio discorsivo politico opponendo l’interesse statale al neoliberalismo e l’indigenismo all’omologazione culturale. Nonostante ciò, nel 2011 due fatti marcarono una forte perdita di consenso popolare del governo che da un lato vide trionfare un marcia indigena realizzata per chiedere la revoca della concessione governativa data per la costruzione di un’autostrada nel Territorio Indígena Parque Nacional Isiboro Sécure (TIPNIS) e dall’altra dovette affrontare il malcontento popolare per la manovra economica chiamata in modo dispregiativo dal popolo “gasolinazo” (manovra che aumentava il prezzo della benzina).

In questo contesto alcune sigle dei sindacati operai contestarono la presunta posizione antineoliberalista del MAS e criticarono la politica nazionalista riguardo agli idrocarburi.

Il partito di Evo fu costretto a fare marcia indietro rispetto alla posizione sugli investimenti stranieri e abbandonare l’ortodossia di sinistra che aveva caratterizzato il suo primo periodo governativo. Con rispetto alla questione della marcia indigena già segnalata c’è da considerare che questo conflitto fu la scintilla di un dibattito che questionò il carattere plurinazionale del modello statale boliviano, ponendo manifestamente un’evidente contraddizione tra gli interessi centrali e i Diritti Collettivi delle nazioni indigene riconosciuti nella Costituzione.

In questo momento avvenne una rottura tra le richieste indigene sposate da Evo nel primo periodo ed una posizione più ambigua assunta in questa seconda fase.

A questo si aggiunse un possibile conflitto di interessi dato dalla scelta dei candidati a Magistrati realizzata dall’Assemblea Legislativa Plurinazionale dove il MAS aveva due terzi dei seggi. L’opposizione denunciò delle irregolarità denunciando implicitamente la validità di tutto il processo. Per far fronte a tutte queste sfide il governo dovette promuovere una nuova stagione di coalizioni, ampliando la base politica delle sue alleanze e concedendo più spazio alle organizzazioni sindacali contadine. Lo Stato adottò una posizione più conciliante per poter combinar il conetto di Buen Vivir, nel quale soggiace la prospettiva indigena ed ecologista, con lo sfruttamento intensivo delle risorse naturali di un Paese che guarda a una massiccia industrializzazione. Questi sforzi si mossero in un contesto di grave disuguaglianza socioeconomica che dava ancora l’indice di povertà nazionale al 54% (da segnalare una discesa di 8,4% dal 2002 al 2009). In questo senso vennero strutturate politiche che miravano all’integrazione sociale e al rafforzamento dei meccanismi dell’esercizio della cittadinanza partecipativa promovendo il sentimento di appartenenza alla comunità politica. Questo fu possibile grazie alla creazione della chiamata “Agenda Patriótica” che costituì un notevole cambio programmatico rispetto al progetto di cementazione dello Stato Plurinazionale.

Il terzo periodo e il referendum per la rielezione

Il periodo che ci porta alle elezioni celebrate lo scorso 20 ottobre 2019 è il periodo che segna la prima vera grande sconfitta del MAS. Evo Morales è riuscito a mettere in fila ben tre vittorie consecutive nelle elezioni generali del Paese ottenendo un consenso mai visto prima e superando il margine della maggioranza assoluta in tutte e tre le occasioni: 2005 - 54%, 2009 - 64%, 2014 - 61%. Però nel 2016 questa tendenza ha avuto una frenata improvvisa. Il progetto di riforma parziale della nuova Costituzione attraverso un referendum popolare venne bocciato dal popolo. Quello che il governo cercava con questo referendum era poter perpetuare la figura politica di Evo Morales alla guida del Paese permettendogli di optare per un quarto periodo presidenziale. Il popolo boliviano non appoggiò questa proposta e fu allora che si presentò un problema di continuità con un partito che vedeva il suo progetto politico personificato nella figura di Evo Morales per più di 10 anni. Inoltre, già nel 2016 la congiuntura latinoamericana si stava modificando in modo sostanziale con il cambio del segno politico in Argentina e Brasile, e con le nuove politiche implementate da Lenin Moreno in #Ecuador. Di fronte allo spauracchio di una impossibilità del MAS di contendere la presidenza nel 2019, il governo si diresse al Tribunale Costituzionale Plurinazionale (TCP) depositando una petizione nella quale considerava un diritto inalienabile di Evo Morales quello di candidarsi alle successive elezioni. Nel dicembre 2018 il TCP approva il ricorso del MAS e concede la possibilità ad Evo di candidarsi e aspirare a un quarto mandato che potrebbe mantenerlo al potere fino al 2025. Il primo presidente indigeno della storia latinoamericana dunque è arrivato all’appuntamento del 20 di ottobre tra polemiche, scontri politici e forte tensione sociale. I risultati elettorali consegnano un Paese diviso con il MAS che non sembra più godere del consenso delle passate tappe di governo e con un’opposizione che unita si aggiudica l’altro 50% dei voti. Voci di una possibile frode elettorale basata sul ritardo nel conteggio dei voti e sull’affidamento dello stesso ad un’impresa privata, hanno dato il via a proteste e manifestazioni nelle strade. Anche se lo scenario è lontano da poter essere paragonato a quanto successo in Ecuador ad inizio mese e quanto sta accadendo in Cile, la polveriera Bolivia potrebbe essere in procinto di esplodere. L’opposizione guidata da Carlos Mesa alla testa dell’alleanza politica Comunidad Ciudadana con lo slogan “Ya es demasiado”, e dall’autonomista Oscar Ortiz con lo slogan “21-F Bolivia Dice No”, (facendo riferimento al referendum celebrato il 21 febbraio 2016) promette battaglia.

Sostenitori di Mesa durante una protesta a La Paz. (AP Photo/Juan Karita)

Carlos Mesa è però un politico già conosciuto nel panorama nazionale e regionale. Quello che oggi è il principale avversario di Evo, e che potrebbe costringerlo per la prima volta ad una “Segunda vuelta” elettorale, è stato presidente e vicepresidente della Bolivia e protagonista della c.d. guerra del gas, nell’autunno nero del 2003, quando l’attuazione repressiva del suo governo causò la morte di 60 persone nella località El Alto.

Lo scenario boliviano è ancora in evoluzione e rappresenta in modo esemplare la situazione violenta di un'America Latina contesa tra forze politiche progressiste alla fine del loro ciclo (forse) e forze politiche di destra e neoliberaliste che stanno riacquistando potere politico nella regione.

Giovedì 24 ottobre, Morales ha dichiarato di aver vinto le elezioni in maniera diretta in questa prima tornata elettorale, avendo ottenuto più di 10 punti percentuali di distacco dal diretto oppositore Carlos Mesa: un risultato che secondo la legge eviterebbe il ballottaggio e che però ancora non è stato confermato dall’autorità elettorale.

Nonostante le dichiarazioni di Evo, la pagina internet del tribunale supremo elettorale (TSE) manteneva il conteggio dei voti scrutinati bloccato al 98,35% e dava all’attuale presidente il 46,38% dei voti contro il 37,03% di Mesa: dati che non permettono arrivare alla soglia del 10% di distacco. L’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) sta criticando il modo in cui sti stanno svolgendo i conteggi e si ingrandisce sempre di più il coro di coloro che chiedono di andare ad una seconda tornata elettorale con o senza i dieci punti di distacco per pacificare il Paese.

[1] Docente e ricercatore dell’Istituto di studi Internazionali ed europei “Francisco de Vitoria” – Università Carlos III di Madrid. Latinoamericanista specializzato in Cooperazione Internazionale, Diritti Umani, Migrazione e Rifugio (www.diegobattistessa.com - dbattist@inst.uc3m.es)

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