• Possibilia

#Cosedamiamadre - Io e te

Updated: ott 10

 

Fotografia di Ferdinando Scianna

 

C’è stato un giorno in cui sono tornato a casa in ritardo per l’ennesima volta. Mia madre era in cucina, che aspettava oltrepassassi lo stipite della porta. L’ho fatto. Mi ha guardato ed è rimasta in silenzio. Neanche un parola. Ha camminato dietro di me fino in salotto. Aveva dei pantaloni di tuta grigi. Poi si è avvicinata alla libreria sopra la televisione. Si è voltata, ha impugnato I Fratelli Karamazov e me li ha lanciati. A ruota, hanno cercato di colpirmi i più grandi della letteratura di tutti i tempi: Foscolo, Huxley, Dumas, Boccaccio, Kafka, Fitzgerald. Ha risparmiato soltanto le vecchie edizioni dei romanzi di Oriana Fallaci, Emma e Orgoglio e pregiudizio della Austen e i tre tomi imponenti della Divina Commedia che studiava il nonno quando andava al liceo. Anche perché - svelo un segreto - nel tomo del Paradiso a mia madre piace conservare i biglietti dei concerti a cui andiamo. Nel Canto XVI, quello di Cacciaguida.

Mio padre era impassibile, seduto sul divano, col Mac in braccio. Picchiettava la tastiera, ma il sibilo era impercettibile. I libri fischiavano nell’aria viziata di casa, prima di schiantarsi sulle mattonelle marroni. Stava scrivendo la lettera d’introduzione all’analisi del bilancio aziendale di quell’anno. Due dozzine di pagine riassumibili in un concetto molto semplice: bisogna muovere il culo. O così avrebbe chiosato mia madre.

Io mi nascondevo dietro la pelle bianca del divano; dietro il legno consunto delle gambe del tavolo al centro del salotto, oppure paravo i grandi della letteratura con i cuscini foderati cuciti dalla nonna. Ma forse avrei potuto farne a meno: mia madre non era portata per il lancio del peso, anche se col tempo avrebbe sviluppato un’attitudine niente male.

Finalmente, non c’erano più libri, e l’ira funesta si è tuffata in una risata schizofrenica. Mi guardava, steso a terra, come nella miglior azione di Indiana Jones, e rideva. Mio padre non aveva staccato gli occhi dal computer. Continuava a battere sui tasti, mentre sua moglie si contorceva su se stessa: non smetteva di ridere. La porta finestra che dava in giardino era aperta e l’odore procace della primavera sbocciava silenzioso. I suoi capelli erano in disordine. Le braccia le tremavano per lo sforzo atletico improvviso (mai fatto prima). Da terra, Kafka e Dostoevsky mi guardavano stupiti. Finché mio padre non chiese: avete finito? Gli occhi verdi di mia madre brillavano.

 

*

 

Poi, c’è stato un giorno in cui a casa non ci volevo tonare. Era ancora primavera; ero in prima liceo; era pomeriggio. Ed ero uscito nel parchetto vicino casa. Qualche mese prima avevo scritto un racconto per la Giornata delle memoria. Avevo chiuso il materiale in una busta e l’avevo spedito alla direzione del premio. Ricordo che eravamo alla Feltrinelli del centro quando la vicepreside chiamò mia madre. Io ero davanti alla sezione dei romanzi gialli. All’improvviso, il suo volto era come intirizzito dal freddo. Bianco. Mi si è avvicinata e sottovoce mi ha detto, ma che cazzo hai fatto questa volta? Ho provato a pensarci. Stavo per dirle dell’ultimo voto che avevo nascosto, quando scoprii che avevo semplicemente vinto il concorso. È stato strano, perché all’epoca, di scrivere, non ci pensavo nemmeno. Così sono partito per la Germania con gli altri vincitori. Ero fidanzato con una ragazza di nome Sabrina. Poi una sera sono uscito dalla doccia della camera d’albergo che condividevo con un ragazzo di nome Nicola, e lei, assieme a un'amica, era sul divano. Non so bene cosa sia successo tra noi, o meglio, posso anche saperlo, ma preferisco lasciar stare i particolari. L'unica cosa che posso dirvi con certezza è che quando sono tornato dal viaggio ho lasciato la ragazza con cui stavo.

Quel giorno, al parchetto, la ragazza accanto era proprio lei. Col tempo avevo scoperto che possedeva un certo talento per il disegno. Il ritratto che mi fece quel giorno lo conservo ancora da qualche parte negli scatoloni in camera. Però, ripeto, era strano: ne ero attratto in qualche modo, ma per quanto tutti i miei amici ne decantassero la bellezza, a me esteticamente non piaceva. Fino a quel giorno, quando ci pensò mia madre a mettere le cose in chiaro.

Eravamo entrambi seduti sul bordo bianco del parco. Ci stavamo baciando, quando

cominciarono le chiamate di mia madre. Una dietro l’altra, come i libri. Il piano d’azione era sempre quello: tartassare. Era il suo compito diceva. E anche io, parallelamente, facevo sempre lo stesso: ignoravo. Ma quella volta non misi in conto il fatto che lei conoscesse la mia posizione. Continuammo a baciarci. Quando la guardavo mi veniva sempre in mente il volto di marmo del poeta latino Properzio. Un’immagine terribile. Forse perché baciava malissimo. Voleva la lingua; la voleva voracemente. La prendeva, la stringeva, la strozzava. E peggio: la succhiava come fosse un calippo. Ogni volta, dopo esserci visti, dovevo bere litri d’acqua per riattivare la salivazione. E faceva la stessa cosa col labbro inferiore. Alla fine della pomiciata sembrava me lo fossi rifatto. Però, come ho detto, c’era qualcosa che mi intrigava. E no, non solo quello che state pensando. Continuammo fino a quando capii che mi stava per esplodere il labbro. Le dissi che dovevo andare perché avevo allenamento - il motivo per cui mia madre insisteva nel chiamarmi. Così ci alzammo e andammo verso la sua bici, poco prima dell’angolo che apre la mia via. Aveva delle superga gialle e dei jeans scoloriti sui polpacci. Si piegò per slacciare il lucchetto. Mia madre sbucò da dietro l’angolo, decisa a portarmi a casa. I capelli erano identici a quelli di strega Varana della Melevisione. Gli occhi sempre verdi; gli orecchini che dondolavano furiosi. E le mani che ondeggiavano per dimostrare la mia completa immaturità. Non so bene cosa disse; a quel tipo di discorsi ero per lo più abituato. Quando finì di parlare, si rese conto che con me c’era un ragazza: Ciao Sabrina, scusami non ti avevo visto. Lei si sollevò lentamente. I ricci castani le sbattevano sulle spalle alte. Ah no, tu sei un’altra. Disse esattamente questo.

Ricordo che lei se andò di corsa. Nei giorni seguenti provai a spiegarle che non si trattava di mia madre, ma di una zia di vecchia data che aveva degli squilibri psichici, ma non funzionò. Ancora oggi, le volte in cui torno in città, non mi saluta. Ma la verità è che, ogni giorno, ringrazio mia madre per aver salvato la mia lingua e il mio labbro.

 

*

 

Un’altro giorno ancora, a casa non ci sono proprio tornato. Ero uscito dicendo che forse avrei dormito dalla mia migliore amica. E infatti, il piano era quello. Ma come accade spesso nella mia vita, anche le poche cose che provo a organizzare, si ribaltano.

Era il weekend della festa cittadina per eccellenza. Pochi giorno dopo sarebbe iniziata la scuola. Non ricordo con chi fossi uscito, ma so che mi ubriacai. Spillando una birra dietro l’altra al bar gestito dai cinesi. Il figlio del proprietario si chiamava Micky. All’epoca - come ora - non potevo permettermi altro.

Quello che ricordo della serata sono delle lunghe scie di luci, e di come ogni cosa che guardassi si allungava velocemente. Non era di certo la prima volta che bevevo, ma quella sera, l’alcol sembrava aver capito come superare i (pochi) anticorpi rimasti. A un certo punto, però, incontrai Veronica. L’avevo conosciuta da poco alla festa di una mia compagna di Liceo. E per qualche strano motivo, le nostre storie si assomigliavano. Così, continuai a bere con loro, lasciando la compagnia con cui ero prima (se poi davvero ero uscito con qualcuno). La notte era sempre più luminosa, e i lampioni sempre più alti. Quella sera erano affascinati da togliere il fiato. Poi incontrai un tipo che si faceva chiamare il giaguaro. Sono quasi sicuro di aver trascorso con lui gran parte della serata. Non ho vomitato.

Poi scoprimmo che quella sera Veronica aveva casa libera perché i suoi genitori erano andati in montagna. Mi invitarono; oppure mi autoinvitai. Non ricordo. Però so che nel momento in cui decidemmo di dormire da lei, mi vennero in mente due cose: primo, speravo che la mia migliore amica si fosse addormentata; secondo, dove avevo messo la bici? Com’è intuibile, trovai soluzione solamente al primo dei due problemi. Whatsapp ancora non dominava i nostri pollici. Era ancora il tempo degli sms. Così le scrissi: era ancora sveglia, ed era preoccupata. Le dissi che stavo alla grande e che sarei tornato a casa.

A quella di Veronica ci arrivai insieme al giaguaro. In sella alla bici di un ragazzo che a quanto diceva conosceva sin dall’infanzia. Ma non riuscivo a capire quanto ciò che accadeva in torno a me appartenesse alla realtà o meno. E poi pensai ancora a un’altra cosa: mia madre. Dovevo scriverle. Le dissi che sarei andato a dormire dalla migliore amica, come avevo detto prima di uscire. Rispose che andava bene, e che voleva sapere però per che ora sarei tornato il giorno dopo. Ti scrivo domani mattina. Inviai. Me ne se sarei accorto l’indomani, ma dev’essere stato in quel momento che il telefono mi è morto.

Della casa ricordo poco. O meglio: niente. Quello che so è per le tutte le volte che ci sono tornato nei mesi successivi. Salimmo al secondo piano. Il giaguaro e io ci dividemmo. Veronica mi disse che potevo dormire nel materasso in basso del letto a castello. Mi tolsi i pantaloni beige e mi distesi. Non sentii più nulla.

Quando aprii gli occhi, vidi l’immagine sfuocata del volto di Veronica. Ti cerca tua madre. Mia madre? Che ore sono? Le tre e mezza. Cazzo. Prima di rispondere andai in bagno. Mi lavai la faccia, ma il getto potente del rubinetto mi bagnò gran parte della maglietta.

Come poteva sapere che ero da Veronica? E come aveva fatto ad avere il suo numero di casa? La conoscevo da qualche settimana, non ne avevo mai parlato. Era impossibile. Non per mia madre.

Dove cazzo sei? Ti abbiamo chiamato ottocento volte. È meglio per te se torni a casa all’istante: è quello che riuscii ad isolare dalle grida confuse che vibravano dal telefono: ero fottuto. Chiesi a Veronica se aveva una maglia da prestarmi e usci di corsa dall’appartamento indossando un maglietta verde attilatissima. Sarei arrivato a casa in un lampo con la bici. Ma era in centro. Allora cominciai a correre. Presi il telefono dalla tasca per chiamare mia madre e dirle che stavo arrivando. Era spento. Provai ad accelerare, ma avevo sempre preferito i cento metri alla corsa campestre. Arrivai a casa poco dopo le quattro. Avevo fame. Con le ultime energie rimaste scavalcai il cancellato grigio. Sulla porta di casa era affisso un foglio A4. Puoi cercarti un’altra famiglia, recitava. Guardai in basso: un sacco dell’immondizia nero. Lo aprii: c’era gran parte dei miei vestiti. Senza sapere che fare, bussai. Più e più volte. Niente. Poi cominciai a dire che mi dispiaceva. Ma le cose erano sempre immobili. Fino a quando la voce di mia madre mi rispose dall’altra parte della porta. Diceva di smetterla. Sembra mi stesso confessando. Allora colsi l’occasione per spiegarmi, per dirle che mi era morto il telefono, e che quindi non potevo nemmeno avvisare nessuno, e non potevo rispondere alle sue chiamate, ne tantomeno dire dov’ero, e che si era fatto talmente tanto tardi che se fossi tornato a casa avrei svegliato tutti perché non avevo le chiavi. Insomma: tutto quello che mi veniva in mente, dimenticando che mia madre è la persona meno indicata alla quale mentire. Sa cosa ho intenzione di fare ancor prima che io stesso l'abbia deciso.

Poco prima di cena mi fecero entrare.

 

*

 

Col tempo, forse, ho capito: stare lontani è difficile. Perché le mie idee trovano sicurezza nelle tue cure istintive, alle mie cazzate dai il tempo di proteggersi, ai miei rimpianti rifili qualche schiaffo. Io e te, ogni giorno, cresciamo insieme. Nei litigi che ci esplodono tra le mani.

Papà? Papà non parla. I fondo queste due anime: non parlo, e se lo faccio, non dico quasi niente. O, spesso, il contrario di quello che sento. Ma il tuo modo di guardami disarma tutte le parole che posso scrivere. A volte ci completiamo, altre ci scontriamo e basta. A muso duro, sfoderando l’impeto irascibile del leone e la testardaggine cronica del capricorno. Un duello all’ultima parola. Che, alla fine, si tuffa nel silenzio. Quello di cui tutti e due abbiamo così paura. Ma è qui che la dinamica si ribalta e chi parla per primo perde. Allora le settimane scorrono. Inconsistenti. E tutte le mie passioni perdono intensità. La giornata è spenta, anche se attorno i colori sono vivaci.

Litigare è lo strumento d’amore che sappiamo usare meglio. Qualcuno un giorno mi ha detto che molte cose, prima di fare bene, devono fare male. Non ci credo, però, ogni volta che ci penso, disteso sulla mia patina di nostalgia, sento di appartenervi.

Quando sono lontano da casa, mi siedo su una delle panchine di gesso lungo il fiume. Tu sei il vento e io sono l’acqua. Tu corri, e io rallento. Mi nascondo accanto alle isole di terra. I miei vestiti si impigliano nelle bottiglie di plastica. Sfrutto le correnti che premono la mia forma contro le sponde. Tu vuoi correre. Io voglio rallentare. Aspetto che il vento diventi pioggia e i nostri punti di vista coincidano. Ti sento vicino. Per il tempo che serve. Poi continuo a correre, e provo a non essere in ritardo.

 

 

 

 

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