Egitto: l’intricato apparato di sicurezza è indispensabile alla sopravvivenza del regime

(di Laura Santilli)

Il regime di governo egiziano, presieduto da Abdel Fattah al-Sisi, è caratterizzato da un imponente sistema di sicurezza, in cui il ruolo dell’esercito, della polizia di stato e soprattutto, dei differenti organi di intelligence, è indispensabile per alimentare quotidianamente il timore della popolazione e detenere quindi, il potere. L’articolo descrive questa fitta rete di sicurezza, ma si interroga soprattutto sugli aiuti esterni che essa riceve per continuare il suo operato.

1. L’organizzazione del sistema di difesa e sicurezza del regime

L’attuale governo del presidente Al-Sisi, è nato da un colpo di stato militare che egli condusse nel luglio 2013, insieme con alcuni ufficiali e con il sostegno dell’esercito, con l’obiettivo di far cadere l’allora governo del presiedente Mohamed Morsi, eletto democraticamente nel 2012, in seguito al vuoto di potere venutosi a creare dopo le forti proteste popolari della Primavera araba egiziana che riuscì, sfidando e vincendo ogni forma di paura e repressione, a far dimettere il presidente Hosni Mubarak, da quasi trent’anni al potere. Ciò che indusse Al-Sisi e i suoi fedelissimi dell’esercito a compiere il colpo di stato nel 2013, furono le precarie condizioni politiche, ma soprattutto finanziarie, in cui si trovava allora l’Egitto, nessuna sete di potere aveva guidato il loro operato, dunque. Tuttavia, l’anno successivo, Al-Sisi si candidò alle elezioni presidenziali che poi vinse, con uno schiacciante 96,91% dei voti, contro il suo unico avversario Hamdīn Sabāhī. Se guardiamo agli anni in cui Al-Sisi è arrivato al potere e li confrontiamo con la situazione attuale del paese, possiamo notare come egli abbia operato verso un progressivo accrescimento del sistema di sicurezza e difesa, soprattutto interna, in Egitto. Il tema della difesa e della sicurezza è caro al presidente egiziano, dato che prima di ricoprire il suo attuale ruolo, egli era Comandante in capo delle Forze armate egiziane e precedentemente capo della Direzione dei servizi militari e d’indagine. Sebbene dal punto di vista della sicurezza internazionale dal 2014 l’Egitto si è trovato in prima linea a dover affrontare il problema della nascita e dell’avanzata dell’Isis e ha quindi dovuto agire come un attore regionale determinante nella sua sconfitta, la motivazione che meglio spiega il rafforzamento dell’apparato di sicurezza interna del regime, è la paura che esso possa essere rovesciato da nuove proteste della popolazione, come sta accadendo proprio in queste settimane e come successe al regime dell’ex presidente Mubarak, travolto dalla primavera araba del gennaio 2011. La sicurezza, sempre più opprimente, serve allora, ad alimentare la paura della popolazione e quindi a tenere calma la situazione, che non può e non deve sfuggire di mano al regime, soprattutto perché l’Egitto risulterebbe un paese insicuro dal punto di vista finanziario e quindi, sfuggirebbe ai grandi investimenti internazionali, tra i quali si impongono quelli del settore petrolifero e degli armamenti che vedono tra l’altro, proprio due attori italiani, rispettivamente Eni e Leonardo, tra i principali clienti del regime egiziano. Si genera così un circolo vizioso tra la sicurezza, gli investimenti esteri che servono a mantenerla e il potere del regime. Questo pesante apparato di sicurezza interno al regime non è una caratteristica recente o momentanea in Egitto: ogni regime mediorientale, dalla Tunisia di Ben Ali, alla Siria di Assad, così come la Libia o l’Iraq di Saddam Hussein erano e sono, nel caso siriano, regimi dittatoriali repressivi, caratterizzati da forti violazioni dei diritti umani, in cui la corruzione soprattutto del governo e gli imbrogli elettorali, voti barattati con piccoli favori da parte del regime o estorti con le minacce, sono la normalità. L’Occidente, dal canto suo, ha accettato e chiuso un occhio su questa situazione fino allo scoppio delle Primavere arabe non per ignoranza o stupidità, ma per interesse economico.

La rete della sicurezza egiziana è composta da tre attori principali: l’esercito, la polizia e quindi il sistema carcerario e i differenti organi di intelligence. L’esercito si occupa soprattutto della difesa esterna del paese, tuttavia esso ha ricoperto un ruolo di primo piano nel già citato colpo di stato del 2013, anche perché i generali dell’esercito egiziano controllano ogni settore del paese: possiedono fabbriche, compagnie aeree, alberghi, assicurazioni, banche. L’ex presidente Mubarak aveva sempre controllato i loro interessi e furono proprio i generali dell’esercito egiziano ad abbandonarlo, consigliandogli di dimettersi: avrebbero così cambiato capo al comando, ma loro non avrebbero abbandonato il potere. La polizia è competente invece, sulla sicurezza interna del paese, soprattutto per le azioni di anti sommossa e repressione delle manifestazioni e svolge un ruolo di raccordo con l’intelligence egiziana, che gioca il ruolo dietro le quinte del regime, garantendo quella che deve essere una stabilità sostanziale: ha il compito di prevenire e indirizzare le mosse della polizia o dell’esercito. Come in ogni paese, anche in Egitto le agenzie governative che si occupano di intelligence sono diverse e con compiti differenti. La National Security Agency o Homeland Security egiziana dipende dal Ministero degli Interni e si occupa di intelligence interna, sicurezza delle frontiere, anti-terrorismo. E’ l’agenzia di intelligence più “visibile” dagli egiziani. Le altre due agenzie, molto meno visibili, sono il General Intelligence Directorate e la Military Intelligence and Reconnaissance, di cui il presidente Al-Sisi è stato a capo fino al 2012. Se il General Intelligence Directorate è il nucleo centrale delle agenzie e svolge un ruolo di coordinamento e smistamento delle informazioni che riceve da loro, la Military Intelligence and Reconnaissance è responsabile di intelligence militare ed è alle direttive del Ministero della difesa. E’ un’agenzia comune a diversi regimi mediorientali (Siria, Libia, Egitto e Iraq fino al crollo del regime di Saddam Hussein) con il nome arabo di Mukhabarat proprio perché si occupa di controllare, monitorare e punire gli oppositori del regime. Chiunque può essere un agente del mukhabarat o diventarlo all’occorrenza: un vicino di casa, un amico, un collega…sono gli occhi e le orecchie del regime, per questo sono ovunque, pronte ad ascoltare e riferire ogni critica verso il governo, ogni tentativo di opposizione o cambiamento a esso. Chiunque venga sospettato dagli agenti di questa agenzia di operare contro il regime non subisce un processo, con un avvocato e una giusta contestazione delle accuse, viene al contrario, fatto sparire e imprigionato in una delle carceri del regime, dove subisce ogni tipo di tortura e umiliazione, non soltanto fisica, ma anche mentale. In un report[1] del settembre 2016, l’agenzia Human Rights Watch descrive gli abusi e le torture subite dai detenuti nelle carceri egiziane, in modo particolare nella prigione di massima sicurezza Tora, anche denominata “Scorpion” dalla quale, secondo quanto riportato da un ex carceriere che vi lavorava, “non si esce se non da morti”[2]. Dalla caduta del governo dell’ex presidente Morsi, l’attuale presidente Al-Sisi ha iniziato una dura campagna di arresti soprattutto nei confronti degli oppositori politici, avvocati e difensori dei diritti umani, troppo scomodi alla vita del regime.

2. Nessun regime è un’isola: chi aiuta il regime egiziano

2.1 Gli aiuti nel settore della difesa

La sopravvivenza del regime del presidente Al-Sisi è dovuta anche alla cooperazione di diversi attori internazionali che provvedono al suo mantenimento operando su diversi fronti. Il più importante in questo senso è quello della difesa, dove il regime egiziano può contare soprattutto sulla Russia e sui partner europei, primo fra tutti la Francia, seguita dalla Germania e dall’Italia che negli ultimi cinque anni hanno triplicato la vendita di armi al paese.[3] Sebbene dunque, l’Europa si dica attenta al rispetto e alla tutela dei diritti umani nel mondo, la vendita di armi non sembra probabilmente legata a questo principio, oppure d’altronde, gli affari sono affari e in questo è soprattutto l’Italia a dare il buon esempio. Già, perché nonostante i governi italiani che si sono succeduti in questi anni conoscano bene la situazione dei diritti umani in Egitto, che è drammaticamente esplosa davanti gli occhi dell’opinione pubblica a seguito della sparizione il 25 gennaio 2016 del ricercatore italiano Giulio Regeni, ritrovato morto a seguito di brutali torture il 3 febbraio e di cui si chiede ancora verità e giustizia per il suo omicidio, l’export italiano delle armi verso l’Egitto procede a gonfie vele. La cifra pagata nel 2018 dall’Egitto all’Italia per la vendita di armi, munizioni e sistemi di informazione per la sicurezza, ammonta a più di 69 milioni di euro.[4] E’ importante notare come, dal 2013 al 2018, quindi in corrispondenza all’arrivo al governo di Al-Sisi e al suo rafforzamento del regime, l’export di armi sia cresciuto di pari passo e di anno in anno: dai 17,2 milioni del 2013 ai 69, 1 milioni del 2018[5]. In questo arco temporale il presidente egiziano ha senza dubbio dovuto affrontare importanti sfide di sicurezza internazionale come la già menzionata nascita e avanzata dell’Isis, o la delicata situazione libica che vede Al-Sisi dalla parte del generale libico Khalifa Haftar, a cui guarda come appoggio per superare le minacce del terrorismo regionale. Tuttavia, i dati del 2018, riguardano soprattutto la vendita all’Egitto di pistole e fucili di piccolo calibro, indirizzate all’esercito e alla polizia anti sommossa, oltre che ad apparecchiature elettroniche e software utili soprattutto alla polizia e alle forze di intelligence. Secondo dati del Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale, i primi quattro operatori italiani del settore della vendita di armamenti in Egitto sono: Leonardo (67,65% delle vendite), RWM Italia (6,16%), MBDA Italia (4,90%) e Iveco Defence Vehicles (4,17%)[6]. Gli affari sono affari, sembra essere il motto anche di altre industrie italiane come l’Eni che dopo la scoperta del giacimento petrolifero di Zohr, definito il più grande del Mediterraneo nel 2015, ha lavorato incessantemente per raggiungere lo scorso agosto, una produzione di 2,7 miliardi di piedi cubi di gas al giorno.[7]

2.2 Gli aiuti alle agenzie di intelligence egiziane

Ci sono poi altri attori che collaborano con il regime di Al-Sisi in altri settori, ma con lo stesso scopo di aiutarlo a controllare la libertà della popolazione egiziana. Si tratta del motore di ricerca Google e dell’Organizzazione internazionale della polizia criminale, INTERPOL. Nel 2014, quando l’attuale presidente egiziano arrivò al governo, gli uffici di Google del Cairo chiusero per spostarsi a Dubai, vista l’impossibilità di lavorare garantendo la privacy dei propri utenti, dato che le agenzie di intelligence egiziane iniziarono a monitorare sempre più frequentemente internet, accedendo e molto spesso bloccando, siti o blog di attivisti per i diritti umani, o di coloro che manifestavano dissidenza nei confronti del regime. L’accanimento dei servizi segreti nei confronti dei social network o di diversi siti o blog, si doveva e si deve soprattutto al fatto che i movimenti di protesta che esplosero nella primavera araba del gennaio 2011, furono organizzati da ragazzi e ragazze grazie all’utilizzo di internet e dei social.

Secondo una nota[8] rilasciata dal governo egiziano lo scorso giugno tuttavia, Google sarebbe pronta a riaprire i propri uffici al Cairo, dopo l’incontro avvenuto tra alcuni rappresentanti del governo egiziano e il responsabile di Google per i paesi MENA (Middle East and North Africa), Lino Cattaruzzi. Secondo alcuni commentatori, la riapertura degli uffici di Google in Egitto, si tradurrà ben presto in una rinnovata pressione da parte del governo egiziano per monitorare e quindi, avere accesso tramite il motore di ricerca, a dati sensibili degli utilizzatori, soprattutto nel caso di giornalisti, dissidenti e avvocati impegnati nel campo dei diritti umani. In particolare, secondo la direttrice dei rapporti internazionali presso la Electronic Frontier Foundation, Katitza Rodriguez: “Riaprire un ufficio al Cairo quando il governo sta già chiedendo in modo abbastanza aggressivo ad altri motori di ricerca di fornirgli uno sproporzionato accesso ai dati degli utenti, risulta abbastanza allarmante”.[9] In un report[10] pubblicato lo scorso autunno da Amnesty International, il regime del presidente Al-Sisi viene definito una “prigione a cielo aperto per i dissidenti” e viene presentato un lungo elenco di alcuni tra giornalisti, attivisti e blogger arrestati dal regime negli ultimi quattro anni. Google, non è tuttavia l’unico a cui le agenzie di intelligence si rivolgono per accedere all’utilizzo di dati utili o per ricercare i dissenti del regime. Una recente inchiesta[11] del Middle East Eye ha rivelato che le autorità di intelligence egiziane si servono dell’agenzia INTERPOL per riconoscere i dissidenti politici all’estero, chiederne l’estradizione e giustiziarli. Il compito di questa organizzazione internazionale a cui aderiscono 194 paesi, è quello di facilitare la cooperazione tra le forze dell’ordine dei paesi membri. L’agenzia ha visto crescere il suo ruolo soprattutto dopo gli attentati terroristici del novembre 2015 a Parigi, quando i governi dei paesi europei richiesero una stretta cooperazione delle agenzie di intelligence con INTERPOL per schedare e monitorare le possibili cellule terroristiche attive in Europa. Per quanto riguarda la cooperazione tra INTERPOL e il governo presieduto da Al-Sisi, una serie di casi simili ha rivelato i tentativi da parte del governo egiziano di estradare i dissidenti in esilio servendosi del sistema di “allerta rossa” di INTERPOL che permette ai paesi membri dell’agenzia internazionale di domandare l’arresto di presunti criminali fuggiti all’estero. In particolare infatti, nella lista di persone segnalate da allerta rossa che l’agenzia internazionale ha fornito al regime egiziano, figurano tre membri del partito di opposizione egiziano Libertà e Giustizia, attualmente residenti all’estero dopo il colpo di stato del 2013 del generale Al-Sisi che li ha costretti all’esilio. Queste persone, come altre quindi, sarebbero nella lista di allerta rossa per un motivo politico, aver contestato cioè il regime attualmente al governo, sebbene esse non abbiano commesso alcun crimine. Il compito di INTERPOL, come descrive il suo statuto[12], è quello di perseguire dei crimini e soprattutto, secondo l’articolo 3: “E’ rigorosamente proibita all’Organizzazione ogni attività o intervento in questioni di carattere politico, militare, religioso o raziale”. Inoltre, se l’allerta rossa viene attivata per una motivazione politica, risulta ancora più ingiusto e poco conforme alle esigenze democratiche in materia di procedura regolare, il fatto che, per INTERPOL, le persone che ricevono l’allerta rossa, i responsabili del reato, non hanno il diritto di essere ascoltati, di esaminare le prove che i governi hanno prodotto contro di loro, né il diritto di fare appello alle decisioni della Commissione di INTERPOL. Il direttore dell’Organizzazione araba dei diritti dell’uomo con sede nel Regno Unito, Mohamad Jamil ha dichiarato: “C’è una falla nel sistema di INTERPOL che permette ai regimi dittatoriali di abusare del sistema di allerta. Per poter svolgere la sua missione in modo ottimale, l’Organizzazione internazionale dovrebbe classificare i paesi in funzione del loro rispetto dei diritti umani.”[13] Travolta da numerose critiche, soprattutto negli ultimi due anni, nel 2018, l’Assemblea generale di INTERPOL ha approvato la decisione di compiere una nuova verifica del suo regolamento sul trattamento dei dati, che risulterebbe essere ancora in corso.

Note

[1] Il report si può consultare a questo link.

[2] Ibidem.

[3] Si veda il report dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), pubblicato l’11 marzo 2019.

[4] Dati contenuti nella Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento della Camera dei Deputati, in relazione all’anno 2018 e trasmessa alla Presidenza del Consiglio dei Ministri il 2 aprile 2019. Si veda a questo link.

[5] Ibidem, p. 24.

[6] Ibidem p. 38.

[7] https://www.eni.com/it_IT/attivita/upstream/modello-esplorativo/zohr-egitto.page#

[8] Si veda l’articolo del giornale online The Intercept.

[9] Ibidem, p. 3.

[10] Il report è consultabile qui.

[11] L’inchiesta è disponibile a questo link.

[12] Lo statuto di INTERPOL è disponibile a questo link.

[13] L’intervista è riportata su questo articolo.

Bibliografia:

-D. Quirico, Che cosa è la guerra, (Milano: Salani editori, 2019).

-A. Meringolo, I ragazzi di piazza Tahrir, (Bologna: CLUEB, 2011).

-J.-P. Westad e P. Oborne, EXCLUSIVE: Egyptian authorities use Interpol to target dissidents abroad, su Middle East Eye, 23 settembre 2019.

-V. Ryan, Google is Deepening its Involvement with Egypt’s Government, su The Intercept, 18 agosto 2019.

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