Il ritorno dell’uomo sulla Luna nel 2024 e i progetti di Jeff Bezos

(di Stefano Dossi)

Il magnate di Amazon, Jeff Bezos, ha recentemente annunciato che la sua Blue Origin collaborerà con altre aziende aerospaziali americane nella produzione di un suo veicolo spaziale che possa andare sulla Luna. Il tempo è poco ed è dal 1972 – anno di conclusione del programma Apollo - che gli esseri umani non mettono piede sulla Luna.

Gli USA devono tornare sulla Luna entro il 2024. Questo ha dichiarato a marzo di quest’anno il Vicepresidente USA Mike Pence che ha la delega alle attività spaziali. La notizia ha preso alla sprovvista la NASA che stava già lavorando intensamente per raggiungere tale obiettivo nel 2028. Un taglio di 4 anni sui tempi non è scontato e il lavoro da fare è molto.

A livello tecnico, l’equipaggiamento hardware di cui l’Agenzia americana ha bisogno per l’allunaggio è o a in fase di sviluppo o costa svariati milioni – o miliardi - di dollari più del previsto oppure non esiste del tutto. Per fare qualche esempio il razzo Space Launch System (SLS, l’evoluzione dello Space Shuttle) avrebbe dovuto essere pronto per il 2017 ma il primo lancio è stato rimandato ripetutamente ed è ora programmato per il 2020. Interessante è inoltre l’idea di costruire una piccola stazione spaziale, Gateway, dalla quale gli astronauti dovrebbero essere “traghettati” sulla Luna da un lander, ma nessuna di queste tecnologie ha ancora visto la luce.

Il nuovo programma lunare della NASA si chiama Artemis e permetterà l’allunaggio di un uomo e una donna (la prima a mettere piede sul satellite terrestre) col fine di stabilire una presenza sostenibile sulla Luna da utilizzare come base intermedia nelle missioni verso Marte. Il bilancio si aggira attorno ai $4-6 miliardi all’anno che vengono sommati al budget annuale della NASA (circa $20 miliardi).

Nonostante l’amministratore della NASA, Jim Bridenstine, abbia affermato che l’obiettivo possa essere raggiunto, le difficoltà sono evidenti. Per questo motivo l’Agenzia ha pubblicato un bando nel mese di settembre per la presentazione di progetti di lander da parte di aziende private. Blue Origin e Lockheed Martin avevano inizialmente presentato due progetti separati ma hanno ritenuto che una collaborazione potesse rendere più sicura la vittoria del bando e più rapido lo sviluppo del progetto.

L’annuncio ufficiale della creazione di un team, a cui si aggiungono anche Northrop Gumman e Draper, è stato fatto il 22 ottobre. La divisione dei compiti è la seguente: Blue Origin, come prime contractor, guida la gestione del programma, l'ingegneria dei sistemi e la sicurezza fornendo al contempo l'elemento di discesa e il suo motore BE-7. Lockheed Martin si occuperà del modulo di risalita - cioè quella parte del dispositivo che riporterà in orbita gli astronauti – e gestirà le operazioni di volo e la formazione dei controllori di volo. Northrop Grumman riconvertirà la sua navicella Cygnus, che è progettata per portare carichi verso la Stazione spaziale internazionale, nel modulo di trasferimento orbitale. Draper invece guiderà la discesa e svilupperà i sistemi di volo.

Facendo un confronto col passato, il programma Apollo ha richiesto 8 anni ed è stato uno dei più grandi risultati statunitensi durante la Guerra Fredda. Inserito nel quadro della corsa allo spazio in contrapposizione all’URSS, il programma fu annunciato da Kennedy al Congresso il 25 maggio 1961:

«…I believe that this nation should commit itself to achieving the goal, before this decade is out, of landing a man on the Moon and returning him safely to the Earth. No single space project in this period will be more impressive to mankind, or more important in the long-range exploration of space; and none will be so difficult or expensive to accomplish…»

Data la caratura del progetto e l’assoluta importanza di un successo statunitense, lo stanziamento di risorse economiche fu impressionante. Il bilancio della NASA passò da $145 milioni nel 1959 a ben $4,722 miliardi nel 1969 di cui circa la metà ogni anno era dedicata al programma Apollo.

Nel 2019 l’Agenzia può contare su più di 21 miliardi ma le attività si sono moltiplicate rispetto agli anni ’60 e con esse le spese da sostenere. È dunque inevitabile che venga richiesto un sostegno da parte del settore privato per tornare sul nostro satellite in così poco tempo.

La proposta di queste quattro aziende aerospaziali sarà quasi certamente selezionata dalla NASA ma per il verdetto finale si dovrà attendere la fine dell’anno senza sottovalutare il fatto che anche Boeing e probabilmente SpaceX sottoporranno il loro progetto all’Agenzia.

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