• Possibilia

La fiaba di «Lazzaro felice»

Aggiornato il: mar 27

 

 

Presentata al Festival di Cannes 2018 - e vincitrice della Miglior sceneggiatura - la pellicola Lazzaro felice ha i contorni della fiaba e, al contempo, la crudezza della realtà.

 

Dopo il Grand Prix Speciale della Giuria nel 2014 per Meraviglie, Alice Rohrwacher torna con un lungometraggio in bilico fra passato e presente; fra dimensione onirica, favolistica e quotidianità. Circondandosi di un cast perfettamente assortito tra il protagonista esordiente Adriano Tardiolo e interpreti conosciuti del cinema italiano: Nicoletta Braschi, Alba Rohrwacher, Sergi López.

 

Lazzaro è un ragazzo di appena vent’anni, che assieme alla sua famiglia di mezzadri è sfruttato ingannevolmente dalla marchesa Alfonsina Della Luna (Nicoletta Braschi). Sarà proprio il figlio di quest’ultima Tancredi - nome che già di per sé evoca l’atmosfera fiabesca per la sua fama letteraria - a stringere amicizia con Lazzaro, e inducendo lo smascheramento del “grande inganno”. Così, la realtà rurale si sostituisce a quella cittadina, dalla collina laziale al degrado milanese; ma una cosa resta: la povertà. Perché Lazzaro Felice è molto chiaro a riguardo: gli ultimi restano ultimi.

 

Tommaso Ragno e Adriano Tardiolo

 

Alice Rohrwacher intesse una pellicola in cui il paesaggio è un protagonista fondamentale - come in quasi tutte le sue produzioni -, osservato con maniacalità nell'incedere dei suoi cambiamenti, delle stagioni che si susseguono e mutano il coloro dei personaggi. Animati da una fotografia che ruba ogni fiotto di luce naturale. Panta rei, si direbbe, tranne che per Lazzaro, il cui sguardo disincantato resta tale dall'inizio alla fine; fisso in una dimensione irreale. Alla ricerca della rottura della sua solitudine cosmica; oltre il tempo. Tardiolo si immerge nel personaggio con un mimetismo che, per la sua adesione, sembra irreale.

 

Adriano Tardiolo e Alba Rohrwacher

Lazzaro Felice riporta il cinema italiano a quel tratto popolare e fiabesco che era tanto caro al maestro Ermanno Olmi. Ma è anche un film rischioso e audace, che mostra il passaggio tra primo e secondo medioevo; fra colori caldi e freddi, tra le epifanie gestuali di Lazzaro, incapaci di far del male.