• Possibilia

Trama sintetica di un’estate con molti particolari

 

Bianco e nero in bianco e nero, di Luca Pasquinelli

 

Il dottore ha detto che sono stato stupido. Poteva finire male. Devo smetterla di fare le cose a modo mio. Ma io voglio solo andare a casa. In camera le lenzuola sono celesti, qui è tutto bianco, anche il cuscino, che è troppo duro. Per qualche tempo dovrò smetterla di fumare perché peggiora la situazione; dovrei smettere proprio. Il gusto del tabacco mi manca, assieme a quello dell’alcol si mischiano quando la notte inizia. Mi fanno pensare meno. Non parlo da mercoledì, ho la bocca legata, i denti accartocciati e le guance aquiloni - dirlo mi ricorda la canzone di De André. Il dottore ha detto che non può fare nient’altro, al resto penserà il dentista quando sarà il momento, devo solo aspettare. Lui ha fermato il sangue che non la smetteva di uscire. Sembrava che in bocca stesse esplodendo un frappé alla fragola. Non voglio incontrare nessuno. Non riesco a stare dove le pareti sono tutte bianche, il pavimento è liscio e verde, le finestre sono strade e appicciato al muro, ogni metro, c’è un dispensar per igienizzare le mani. Il dottore ha detto, concentrarti su qualcosa. Allora ho pensato che venerdì ho un colloquio di lavoro, ma l’ho detto solo a una persona. Ho pensato che è il 22 settembre e che oltre il vetro sporco alla destra di questo letto c’è un pianeta che forma una mezzaluna arancione. Poi ho pensato che sono rimasto quello che esce di notte perché i segni sulla pelle si vedono meno. Ti ho baciato quando era difficile distinguere i confini dei nostri corpi; ti ho parlato di me sempre con poca luce, sperando che gli altri non capissero e tu dimenticassi perché lo stavo facendo. Ma l’estate non finisce dentro un battito di ciglia, lascia parti di infinito dove c’è solo lo spazio per un’emozione. Piccola e facile da rubare.

 

Qualcosa è cambiato perché ho avuto paura. Ho fatto il bagno nell’acqua scura, i piedi hanno scavato nel fango, i tuoi occhi mi toccavano. Ho trovato del vino oltre il bordo della vasca e la voglia di aspettare. Ho ascoltato mio padre cadere chiedermi aiuto. Ci sono stati campi di girasole, mattine fredde, coperte sporche, bocche piene di tabacco e parole in equilibrio sopra le strade di collina. Ho avuto la schiena graffita per giorni. Ho pensato che sono stati i sassi quando ci siamo stesi sull’asfalto. I lampioni a grappolo sulle case e i costumi bagnati. Ci siamo solo guardati, ma in un altro modo.

Qualcosa è rimasto. Perché non parlare di te è difficile. Ti ho vista, ma ho fatto finta di niente. Ho riconosciuto il bordo della schiena. Parlavi e io camminavo. Ho pensato che prima o poi succederà. Perché tutto quello che è stato troppo, col tempo, tende soltanto a crescere. Si nutre dell’indifferenza, vive della distanza e implode nei giorni di novembre.

C’è stato qualcosa oltre e dentro una colazione di pochi minuti, quando ho imparato a conoscerti nel silenzio tra una sigaretta e l’altra.

 

Ho pensato a un particolare: scrivere sulla pelle è scrivere senza inchiostro. È imparare a riconoscere il tuo modo di fare dentro il mio, quando fa caldo ma le cose si avvicinano lo stesso. Perché la paura di un particolare è la stessa di un brivido. Cammina piano verso una domanda: capita anche a te? Di perderti nell’intenzione di sparire, nella storia di un particolare. Che ti fa cambiare idea. Scorrono uno dietro l’altro: capelli sporchi, riso alla lavanda, occhi azzurri, labbra spesse, gambe glabre, crocifissi sul petto, cloro nelle mutande, canne negli angoli, sorrisi nel portacenere, sedie a dondolo, sedie bianche e sedie nere, prati molto grandi, la voglia di ballare in una festa di paese, vincere a calcetto, dormire in un sottopalco e tornare a casa, abbracciare chi non c’era. Il passato è la storia in cui crediamo. Ma d’estate siamo sui bordi del futuro a guardare l’idea che in fondo non esiste. Un modo, stupido o meno, per crescere.

Ho pensato che sono rimasto il bambino che dorme con la papera e al mattino legge un capitolo di Harry Potter per andare a scuola e ascoltare di nascosto L’isola che non c’è di Bennato. Sono rimasto quello che ripete e parla delle cose tristi. Ma nella tristezza c’è il seme più vivo di ogni sorriso. Quello che nascondi nelle pieghe del giorno, che per quelli come noi, sarà sempre notte.

Sono rimasto quello che prende farmaci senza chiedere perché vaffanculo i dottori e poi finisce dove non vorrebbe. Sto leggendo di un informatico che è alla ricerca di una cosa chiamata fine del mondo, mentre, parallelo, un altro personaggio legge sogni in una biblioteca dove si è innamorato di ragazza a cui è stata rubata l’ombra e che per questo non potrà amarlo. L’ho detto e non centra niente. Ma ho pensato di giocare con un particolare e ficcare la testa dentro e non sentire più nulla. Non voglio svegliarmi, non voglio capire, non voglio guarire, non voglio, non voglio, non voglio. Eppure sono oltre le cose, quando scopro di avere in tasca un punto e virgola e allora ti guardo, ma non dico nulla, perché il silenzio ha la faccia delle cose che diventano.